Le ciprie compatte

Articolo apparso sul numero 38 di "Profumeria da Collezione"

I primi tentativi di “compattare” le ciprie vennero elaborati alla fine dell’Ottocento, quando il “passeggio” lungo le vie “chic” delle capitali europee, o la frequentazione di teatri da parte delle signore eleganti divenne una consuetudine. 
Il piacere di sfilare o di esporsi dalle balconate dei teatri, suscitando invidie e mostrando in pubblico i propri tesori, fossero essi gli ultimi modelli di Parigi, la figlia da marito o la giovane moglie inghirlandata, spesso era turbato dal dissesto del trucco delle signore che tendeva a disfarsi per la faticosa traspirazione della pelle, causata dai pesanti abiti che, anche nei mesi estivi, le donne erano costrette a portare. 
Un ritocco veloce, il passaggio di un piumino sulle guance arrossate o sulla punta del naso lustra diveniva spesso indispensabile per riacquistare “smalto” e proseguire nel passeggio, o nell’esibizione della propria figura; operazione che non si poteva effettuare utilizzando una tradizionale e volatile cipria in polvere.
Fu negli anni 1920, quando le donne si inserirono nella vita sociale e lavorativa -a volte come protagoniste- che le ciprie compatte risolsero il problema di un viso da “rinfrescare”, divenendo elementi indispensabili per il maquillage. Comparvero allora in commercio dapprima ciprie compatte da borsetta contenute in scatole di cartone, ma ben presto, soddisfacendo un desiderio di eleganza, in squisiti astucci in bachelite e in metallo più o meno prezioso, risolvendo un’esigenza che le signore, oramai abituali frequentatrici -da sole o in compagnia- di locali pubblici, teatri e sale da ballo, avvertivano sempre più.
Il portacipria, sottile, elegante, con le superfici lisce o elaborate, a volte tempestato di strass o pietre dure, oppure con graffiti e decori nello stile del periodo in cui era nato, spesso ornamento raffinato da esibire come un gioiello, divenne accessorio indispensabile per il veloce maquillage fuori dalle mura domestiche, tanto che molti designers elaborarono modelli con portarossetto e portasigarette incorporato, in modo che gli elementi del piacere e del fascino -sigarette, cipria e rossetto- fossero a portata di mano uniti nel medesimo esemplare.
Il declino dei portacipria ebbe inizio alla fine degli anni 1960, quando le giovani donne im-magina-rono che il fasci-
no fem-
minile potesse derivare unica- mente dalla visione interiore della loro personalità, e si liberarono dagli “orpelli” -ciprie, rossetti e a volte indumenti intimi- che per millenni erano stati complemento della loro seduzione.
Atteggiamento lodevole che si inseriva in un contesto di “liberazione” dalla tradizionale immagine femminile che l’uomo aveva ratificato nei secoli, ma che si rivelò, nel volgere di pochi anni, un tragico errore: non era stato preso in consi-derazione dalle “moderniste”il desiderio e il piacere che la donna prova nel truccarsi e nel rendersi più attraente, e l’atteggiamento “liberatorio” venne ben presto considerato una imposizione. 
Ma oramai il tempo dei portacipria da borsetta era trascorso. I produttori si erano lanciati in nuove mode e gli ultimi esemplari, sopravvissuti nelle borsette di signore non più tanto giovani, vennero riposti con amorevole cura in fondo ai cassetti, pronti per essere riscoperti dai collezionisti.

Giorgio Dalla Villa

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