Arpege

di

Janne Lanvin

Articolo apparso sul numero 19 di "Profumeria da Collezione"

La nostra storia inizia a Parigi in una fredda notte del dicembre 1851. Un uomo bussa alla porta di casa Drouet. Nel palazzo tutte le luci sono spente ma nessuno dorme. Madame Drouet e i servitori sono in ascolto dietro le persiane serrate. Le donne sono spaventate, sussurrano preghiere sgranando un rosario e porgono l'orecchio ai rumori provenienti dalla strada. Due giorni prima Napoleone III, secondogenito di Luigi re d'Olanda, fratello di Napoleone Bonaparte, ha attuato un colpo di stato. Eletto democraticamente Presidente della Repubblica francese nel 1848, ha favorito azioni politiche gradite ai conservatori e ai militari che gli hanno spianato la strada alla presa del potere, e ha restaurato la costituzione consolare del 1800 voluta dallo zio Napoleone I. 
Nel pomeriggio sono giunte voci che in Place Vendôme l'esercito ha sparato sui dimostranti provocando decine di morti e tutti gli oppositori vengono ricercati per essere imprigionati. Madame Drouet è preoccupata soprattutto per l'amico Victor Hugo, celebre poeta e romanziere che ha commosso tutta la Francia con il romanzo Notre-Dame de Paris. Hugo è un fervente repubblicano e negli ultimi anni si è dedicato con passione alla politica senza tema di compromettersi. 
Ancora un colpo alla porta. Madame Drouet apre uno spiraglio nella persiana e guarda nella strada. Davanti al portone c'è un uomo intabarrato con un largo cappello che gli nasconde il viso. E' lui, monsieur Hugo. L'uomo alza gli occhi verso la finestra e fa un cenno.
Dopo pochi secondi il portone viene aperto e lo scrittore entra nel salottino dove alla luce di una candela lo attende la padrona di casa.
“Madame, domando scusa per questa intrusione nel pieno della notte, ma chiedo asilo. La mia casa è circondata dai gendarmi.” 
“Prego, toglietevi il mantello.” L'uomo è pallido sotto la folta barba, sconvolto e impaurito. E' evidente che neanche lui ha dormito negli ultimi due giorni.
“E' una tragedia. Ci sono centinaia di morti per le strade,” continua posando il cappello su una sedia. “Se mi prendono, rischio la vita. Tutte le strade che escono da Parigi sono presidiate, e le persone vengono perquisite. Senza documenti non ho scampo.”
“Cercheremo di fare tutto il possibile. Sedete, intanto,” cerca di tranquillizzarlo Madame Drouet.
Chiama una cameriera. Mentre monsieur Victor Hugo parlava, le si è prospettata una soluzione. 
“Rosette, vai subito a casa di Blanche e dille di venire qui con il marito. Di' al marito di portare con sé i documenti. E' urgente.”
Rosette piagnucola, ha paura a uscire.
“Prendi la strada dietro la chiesa, è buia, nessuno ti vedrà.”
Blanche è a servizio da Madame Drouet come rammendatrice, e a giorni alterni si dedica ai capi di biancheria di casa Drouet. Madame ha conosciuto anche il marito, che di tanto in tanto porta la biancheria rammendata. Di professione è tipografo, ma da qualche tempo le sue idee politiche -è anch'egli repubblicano- gli hanno fatto perdere diversi clienti.
Dopo neanche un'ora, ancora un leggero bussare alla porta. Nel salottino vengono introdotti Blanche e il marito. Madame Drouet accende una lampada e l'avvicina ai due uomini che si stanno osservando. 
“Monsieur Hugo, le presento Monsieur Lanvin.” Victor Hugo guarda l'uomo che gli sta di fronte e, se non fosse per gli abiti diversi, gli sembrerebbe di guardarsi in uno specchio. Gli stessi capelli arruffati venati di bianco, la barba folta e il volto corrucciato.
“Monsieur Lanvin, le chiedo un sacrificio per la causa repubblicana. Monsieur Victor Hugo deve fuggire da Parigi, ne va della sua vita, ha bisogno di documenti: i vostri. La somiglianza è tale che nessuno si accorgerà della sostituzione. Voi tra qualche giorno direte che li avete persi o che ve li hanno rubati, non ci saranno problemi a farveli rifare.”
Monsieur Lanvin trae di tasca i documenti che ha portato con sé, dove viene descritta la sua persona, e li consegna allo scrittore. “Per la causa repubblicana,” dice.
Victor Hugo lo abbraccia. “Mi ricorderò sempre di voi!” esclama commosso.
Grazie a quei documenti Victor Hugo riesce a rifugiarsi in Belgio e poi nelle isole Normanne dove rimane fino al 1870, quando Napoleone III -spintosi imprudentemente nella guerra contro la Prussia- viene vinto e imprigionato a Sédan.
Jacques Lanvin è entrato nella storia per due ragioni: il gesto generoso che abbiamo sopra descritto, e che anni dopo raccontava, come l'abbiamo raccontato noi, con un misto d'orgoglio ai suoi lavoranti, e per avere dato i natali a Jeanne.
Jeanne Lanvin nacque nel 1867 e i genitori ricevettero un biglietto di felicitazioni da Monsieur Hugo ancora in esilio, che Jeanne conservò per anni tra le cose più care. Di costituzione gracile (il magro pasto che undici figli e due genitori si dividevano non contribuiva a irrobustire la famiglia), appena fu in grado di portare pesi venne messa a lavorare presso una modista. Tutti i giorni con la cappelliera tra le braccia attraversava Parigi portando i cappellini alle clienti per la prova. Le davano un soldo per l'omnibus, ma, raccontò più tardi, preferiva andare a piedi per risparmiare. Le demoiselles de courses, sempre in giro per la città, avevano in ogni quartiere un innamorato, ma Jeanne era taciturna, introversa. Mentre camminava a passi rapidi per le strade non cantava o civettava, come facevano le altre commesse. Si applicò nel lavoro e divenne apprendista, un'apprendista dalle dita d'oro, con una passione per la creazione di cappellini.
I risparmi le permisero di recarsi a Barcellona per imparare il mestiere presso una modista allora molto in voga, Carolín, e divenire ancora più esperta, tanto che nel 1896 -un anno dopo le nozze con il nobile italiano Emilio di Pietro- aprì un atelier in rue Boissy-d'Anglas.
Jeanne si era sposata tardi, a ventotto anni, in tempi in cui le ragazze andavano a marito almeno con dieci anni in meno. Non particolarmente bella, di carattere apparentemente remissivo, ma con una grande forza di carattere, mise al mondo due anni dopo il matrimonio Marguerite, “Ririte”, la figlia che divenne il centro focale della sua esistenza. Il matrimonio, anno dopo anno, si trascinò tra alti e bassi finché i due coniugi si separarono. 
Tutto l'amore si riversò sulla figlia e per l'adorata bambina, come ai tempi dell'indigenza, la sera tagliava e cuciva inventando abiti dai colori allegri adatti a un corpo infantile che non erano la miniatura degli abiti dei grandi, come la consuetudine imponeva, ma tutto uno spumeggiare di mussoline. Un giorno la baronessa de Rothschild si recò nell'atelier di Jeanne Lanvin per provare un cappellino in paglia nera, di quelli con il bordo rialzato di lato e un pennacchio bianco, specialità della modista. 
Così raccontò l'incontro qualche anno più tardi la figlia della baronessa a una giornalista di Vogue: 
“Maman quel giorno aveva un appuntamento con madame Lanvin per una seduta di prova. Mentre provava un cappellino allo specchio sentiva venire da una stanza lontano il suono di un pianoforte. La melodia era così toccante che maman tese l'orecchio per ascoltare. Disse alla fine 'Questo musicista è davvero bravo. Lo conosco?'
“Madame Lanvin quasi arrossì. 'E' mia figlia.'
“'Voi avete una figlia musicista? Lo ignoravo, madame. Dovete farmela conoscere!'
“Madame Lanvin andò alla porta e chiese a una lavorante di chiamare la figlia. Mia madre si stupì nel vedere una bimba di otto anni. Credeva di trovarsi di fronte a una persona adulta, con una lunga esperienza musicale, ma più ancora si stupì dell'abito che la bambina indossava.
“'Mon Dieu, c'est fantastique!' esclamò maman. La musica passò in secondo piano e tutta la sua attenzione si concentrò sul vestitino. Anch'io avevo otto anni e maman m'infagottava in vestitini che mi impedivano di giocare e saltare -così si usava vestire i bambini- e neanche a maman piacevano. Il vestito della piccola Marguerite fu per lei una rivelazione. 'Chi l'ha fatto?' chiese.
“'Io,' rispose naturalmente Madame Lanvin.
“'Ne voglio uno così per mia figlia, anzi mezza dozzina!'
“Stava per giungere la mia festa di compleanno e come sempre erano invitati tutti i bambini delle famiglie più in vista di Parigi, naturalmente con le mamme. Io sfoggiai un delizioso abitino, e quella festa fu la più grande promozione che Madame Lanvin potesse desiderare. Il giorno dopo tutte le mamme volevano anch'esse un abitino di Madame Lanvin per le loro figlie.”
Dai vestiti per le bimbe a quelli per le loro mamme il passo è breve. Addirittura, caso più unico che raro, la Maison de Couture Lanvin iniziò a vestire anche i padri.
Nel 1921 la Maison occupava tutto lo stabile di Rue Boissy-d'Anglas e Jeanne Lanvin entrò di diritto nell'Haute couture.
La figlia Marguerite, divenuta artista di fama internazionale con il nome di Marie-Blanche (sarà lei a assegnare il nome al profumo più famoso della Maison Lanvin), sposa il principe Jean de Polignac imparentato con la famiglia Grimaldi di Monaco. Ne ha fatta di strada la piccola commessa che sgambettava per le vie di Parigi! Ora frequenta la migliore nobiltà parigina.
Ma il capolavoro che ha consegnato la griffe Lanvin alla storia è Arpège.
Nel 1927 Madame Lanvin decide di lanciare sul mercato una profumazione che rivoluzionerà il mondo del profumo e affida al naso André Freysse il compito di crearla. Di Arpège, Ernest Beaux, che da qualche anno appartiene alla scuderia di Coco Chanel, non può trattenersi dall'esclamare, con disappunto di mademoiselle: “E' di gusto squisito!”
Arpège viene “vestito” da Armand Rateau, che per l'essenza crea la famosa boule noire con il logo dorato ricavato dalla statua Art Déco che Paul Iribe (l'ultimo grande amore di Coco Chanel) ha creato per la Maison Lanvin. Il successo è immediato e Arpège diviene uno dei primi profumi adottato dalle donne americane. 
Così la celebre soubrette Wanda Osiris raccontò in un'intervista radiofonica il suo incontro con Jeanne Lanvin e Arpège:
“Ero a Parigi a quel tempo, dovevo avere ventidue o ventitré anni, era comunque molto prima della guerra. Incontrai madame Lanvin all'Opéra. In Italia ero già famosa e anche in Francia cominciavano a conoscermi. Mi presentarono a madame Lanvin durante l'intervallo dello spettacolo, e mi colpì quell'aria, come posso dire, da mamma, sembrava desiderosa di proteggere tutti quelli con cui scambiava qualche parola. Dopo i convenevoli e una volta a conoscenza della mia attività artistica, mi strizzò l'occhio. 'Ho per lei un regalo, glielo farò avere domattina in albergo'.
“L'indomani un fattorino mi portò un grosso pacco. Erano diverse confezioni di Arpège. Devo dire che ai profumi avevo fatto l'abitudine, dato che erano il consueto regalo dei miei ammiratori, ma quando aprii una di quelle bottiglie, l'effluvio che ne uscì mi provocò una intensa sensazione di piacere. Era il profumo più inebriante che avessi mai sentito. Mi ero appena alzata e avevo ancora il letto in disordine. Versai mezza bottiglia tra le lenzuola e mi ci avvolsi dentro rotolando da una parte all'altra del letto. Fu una sensazione travolgente e qualcosa di quell'emozione si rinnova sempre quando apro un flacone di Arpège.
“Ora che da tanti anni non salgo più in passerella posso svelarvi un segreto. Quando ancora ero la Wandissima e incantavo migliaia di spettatori, utilizzavo un espediente per rendere ancora più eccitante il mio ingresso in scena. Il numero consisteva nell'apparire, con toilettes lussuosissime e sfarzose, in cima a una grande scala, che era poi la parte dominante della scenografia di ogni spettacolo di Rivista. Io scendevo lentamente i gradini cantando, circondata da Boys che danzavano intorno a me e evitavano che scivolassi sugli scalini. Non avevo una gran voce, ma tanto charme, e quello mandava in visibilio il pubblico. Per aumentare la suggestione i valletti salivano nel loggione e, al momento del mio ingresso, spruzzavano dall'alto Arpège sul pubblico. Forse erano in pochi a rendersene conto, ma quel profumo acuiva i sensi e inebriava il pubblico, già incantato dallo spettacolo. Ogni volta era un successo travolgente e credo che una parte dell'esito positivo del mio numero fosse da attribuire a Arpège”.

Jeanne Lanvin conclude la sua vita nel 1946 lasciando ai discendenti della sua fondazione il compito di proseguire sulla strada da lei tracciata. Nella moda aveva introdotto la giovinezza con tagli semplici, innocenti e colori freschi. Non amava le donne sexy o superficiali, ma quelle romantiche e molto femminili. A due colori era legata: il nero, che utilizzò per colorare la sua boule, e il blu, che divenne famoso come Blu Lanvin.  

Giorgio Dalla Villa

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