Articolo apparso sul numero 11 di "Profumeria da Collezione"

In quel febbraio del 1947, quando a Parigi il freddo gelò i tubi dell'acqua e lastre di ghiaccio grandi come chiatte per il trasporto della sabbia galleggiarono sulla Senna, il carbone divenne merce rara e preziosa. Il convoglio ferroviario carico di combustibile proveniente dal bacino della Ruhr, di cui i giornali avevano tanto favoleggiato, non era mai arrivato e in città le scorte si erano esaurite. I parigini dietro le finestre delle loro gelide case avvolti in pastrani e coperte alitavano sulle mani per scaldarle e aspettavano i carretti carichi di legna che svelti ragazzini, venuti grandi imparando a vivere di espedienti durante l'occupazione tedesca, guidavano spingendoli rumorosamente sui selciati di pietra. La legna se l'erano procurata di notte schiodando staccionate, segando alberi nei viali deserti e frugando tra le rovine delle case abbandonate. Le donne contavano i franchi con cui avrebbero pagato il piccolo fascio di combustibile, da centellinare per tenere vivo il fuocherello in cucina, e che ogni giorno costava più caro perché l'inverno stava per finire, e i ragazzini avrebbero dovuto inventarsi un altro lavoro. I manifesti che le truppe americane avevano affisso sui muri per indicare, proibire, consigliare, erano stati diligentemente staccati, messi nell'acqua e, una volta ammorbiditasi la cellulosa, ne erano state ricavate palle di varia grandezza che poi, asciutte, erano andate ad alimentare il magro fuoco domestico. 
In quei giorni, prima che i giornalisti iniziassero uno sciopero a tempo indeterminato, i quotidiani riportarono nelle ultime pagine della cronaca cittadina l'incidente causato da un sergente americano che, dopo aver bevuto qualche bicchiere in più di pastis, aveva travolto con la sua auto sugli Champs-Elysées lo stilista Pierre Balmain procurandogli ferite guaribili in quaranta giorni. Le prime pagine erano state invece occupate da solenni articoli sulla nascita della Quarta Repubblica, la nomina di Vincent Auriol a primo Presidente e la firma del trattato di pace con l'Italia. Ma le dichiarazioni tese a dimostrare che il Paese, dopo essere stato invaso e umiliato, stava ritornando alla normalità, non riuscivano a incalorire i cuori spenti delle ragazze. Nella torrida estate del 1940, quando i loro uomini erano partiti per un fronte impreciso che di giorno in giorno arretrava sempre più verso Parigi, avevano perso “il sogno”. Erano stati anni di privazioni, di dolore e di umiliazioni e ancora in quel febbraio del 1947 i pensieri che occupavano la loro mente erano il freddo, i figli, lo scarso cibo. Quando sarebbe giunta la loro liberazione?
In quei gelidi giorni, con il termometro che segnava 13 gradi sotto zero, la notizia che un giovane couturier avrebbe presentato la sua collezione in Avenue Montaigne, non ebbe i fasti della cronaca, e la notizia passata di bocca in bocca non superò la cerchia di amici e amici degli amici. Eppure quel 12 febbraio 1947 fu una data che i parigini non avrebbero dimenticato, l'evento al quale si sarebbero rammaricati di non aver partecipato. Un uomo stava per donare alle donne di Francia e del mondo il “piacere”, la loro perduta femminilità. L'aria greve, maschia e guerresca che stagnava come un sudario sull'Europa sarebbe stata finalmente dissolta dal giro vorticoso di una gonna ricca di taftà e dall'alito odoroso di un profumo nel quale, con loro stessa sorpresa, le donne si sarebbero riconosciute. 
Christian Dior, il giovane stilista che stava freneticamente lavorando agli ultimi ritocchi del suo défilé, dopo essersi “fatto le ossa” presso i maggiori couturiers parigini, aveva chiesto una sponsorizzazione a Marcel Boussac, padrone di scuderie e imperatore dell'industria tessile francese, per aprire un proprio atelier. Boussac, che sceglieva con cura chi finanziare, aveva intuito che quel ragazzino riservato, dalla matita veloce e dalle agili dita che si muovevano leste con aghi e spilli, aveva un gusto squisito. Quel 12 febbraio, nel suo ufficio, schiumava come i suoi cavalli dopo una corsa. La segretaria, con la cornetta in mano, continuava a fare e rifare i numeri delle redazioni deserte dei giornali parigini dove i telefoni squillavano a vuoto. Lo sciopero dei giornalisti era l'ultimo problema che Dior e Boussac avessero preso in considerazione. Nessuna notizia sulla sfilata sarebbe comparsa l'indomani e, probabilmente, tutta la trama di pubbliche relazioni che per mesi avevano tessuto non avrebbe prodotto alcun frutto. Esisteva il pericolo che l'evento passasse inosservato. Il giorno prima aveva telefonato Carmel Snow, giornalista dell'Harper's Bazaar, per farsi riservare un posto in prima fila nel salone della sfilata (non fu certo difficile accontentarla), che avrebbe fatto comparire la notizia dell'evento, ma su un giornale americano, dall'altra parte dell'oceano, probabilmente tra le cronache curiose di una Parigi che tentava di ritornare al quotidiano, e forse con una nota di sarcasmo per l'indubbia eccentricità della collezione.
Quel giorno Christian Dior, pallido per l'emozione, presentò novanta modelli su due temi: l'abito con il vitino a vespa e i fianchi torniti, e quello con il busto scollato e una straordinaria cascata di tessuto. Le gonne si fermavano a 20 centimetri da terra.
Alla fine della sfilata gli applausi degli amici furono calorosi, ma Carmel Snow se n'era andata prima degli altri.
Il giovane Dior la sentì al telefono il giorno dopo, quando Carmel esordì dichiarando entusiasta: “It's a revolution, dear Christian, your dresses have such a new look…” (“Questa è una rivoluzione, caro Christian, i tuoi vestiti sono il nuovo look...”)
Il vento tiepido del mese di marzo sciolse la crudezza di quell'inverno che i francesi avrebbero ricordato come il più freddo del secolo e solo quando le demoiselles smisero i pesanti cappotti e presero a passeggiare per gli Champs Elysées o in Rue de la Paix i parigini si accorsero della femminilità che lietamente li circondava.
Un profumo, poi, li ammaliava, un sentore nuovo di cui sapevano le ragazze. Era il dono della giovinezza che, odoroso, si percepiva nell'aria, un aroma che vagheggiava giovani donne spensierate sui campi da tennis del Racing Club, l'incanto di yacth ancorati sotto la luna a un pontile sulla Senna, serate di gala con ospiti illustri su un prato illuminato e tosato di fresco accanto a una villa immaginata da Le Corbusier, era l'effluvio che mandavano le ragazze ricche che per hobby lavoravano nell'azienda del padre, era ciò che tutte le donne volevano essere. 
Christian Dior con Serge Heftler-Louiche e Marcel Boussac aveva fondato una Casa di Profumo per vestire le donne che indossavano Dior, e Miss Dior fu il primo progetto -maturato dopo anni di ricerche e di fantasticherie- che la loro creatività espresse.
Un profumo che restituiva alla fantasia quei desideri di lusso e eleganza repressi durante gli anni bui della guerra, un'essenza dichiaratamente costosa per donne ricche e sofisticate, una promozione sociale cui si poteva accedere con qualche franco in più. Il profumo ideale per la “ragazza libera” degli anni cinquanta, anticipatrice dei turbamenti che Brigitte Bardot avrebbe più tardi scatenato.
Per vestire il suo profumo Christian Dior chiese a Guerry Colas di disegnare un flacone sontuoso, elegante, che fosse un incantevole oggetto di lusso. Nacque così la famosa Anfora Dior che il couturier volle anche in pregiato cristallo Baccarat, raro scrigno per contenere il prezioso nettare di cui ogni donna elegante oramai si nutriva.
L'Anfora Dior in cristallo Baccarat non ebbe, alla sua comparsa, molto successo di pubblico. Nel 1947 ne vennero venduti solo 200 esemplari, ma ciò non distolse Christian dal desiderio di magnificenza che voleva trasmettere con flaconi tanto lussuosi; anzi, ne furono realizzate -oltre a quella di colore blu- altre nella colorazione rossa e bianca. E' stata prodotta anche un'Anfora trasparente con decorazioni in oro. Tutte hanno contenuto anche il profumo Diorama.
Oggi le Anfore Dior fanno bella mostra nelle collezioni più importanti rinverdendo il sogno di raffinata eleganza che un giovane couturier, nell'immediato angoscioso dopoguerra, volle donare alle donne di tutto il mondo. 

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