Le Ceramiche Rudy

Articolo apparso sul numero 31 di "Profumeria da Collezione"

Quale sia stata la Casa di Profumo che tra la fine degli anni 1940 e i primi 50 iniziò a commercializzare “confezioni regalo” accostando, in un insolito connubio, flaconi di profumo e oggetti in ceramica, non è dato sapere. Vero è che ben presto quasi tutte le maggiori Case, visto il successo dell’iniziativa, cominciarono a richiedere, alle varie Manifatture, ceramiche policrome più o meno complesse per diffondere i propri profumi: da Borsari & Figli a La Ducale, da Giviemme a Linetti, Vidal, Gandini e altri, quasi tutti si cimentarono in questo tipo di vendita, chi introducendo nel mercato una serie consistente di esemplari tanto da farli divenire protagonisti del proprio fatturato, chi contenendo la produzione a un paio di modelli come a voler affermare, anche in questo tipo di commercializzazione, la propria esistenza, senza peraltro porsi in concorrenza con altre Aziende Profumiere.
Diversi furono gli approcci da parte delle Case di Profumo al mondo della Ceramica. Alcune, cavalcando l’onda del consenso per la novità profumiera, si limitarono a acquistare, consultando il catalogo dell’azienda, ceramiche più o meno seriali realizzate dagli artisti della manifattura per la nascente industria del gadget, senza preoccuparsi dell’esclusività dell’esemplare e completando la composizione con un flacone di profumo (spesso appartenente a uno stock di magazzino) inserito in una nicchia o in un apposito alloggio che in quel tipo di ceramiche non mancava mai. Poteva capitare quindi che uno stesso soggetto venisse impiegato da un’industria dolciaria (da sempre la maggiore fruitrice di queste ceramiche) e contemporaneamente da una Casa di Profumo. L’utilizzatore si individuava, oltre che dal contenuto della confezione, dal nome stampato sulla confezione o impresso sotto la base della ceramica. 
Altre Case, come La Ducale e Giviemme, inseguendo la nuova moda che prometteva maggiori vendite, in luogo del tradizionale flacone sperimentarono divertenti e piacevoli contenitori di profumo in ceramica, ma gli esemplari non ebbero grande diffusione data l’estrema volatilità delle fragranze contenute, che “traspiravano” attraverso le porosità delle ceramiche.
Altre ancora, interpellarono designers e scultori per realizzare esemplari esclusivi, addirittura con parti o elementi della composizione in vetro per contenere il profumo, affrontando un maggiore impegno finanziario poiché oltre agli artisti bisognava pagare gli stampi e lo scotto di avere una produzione limitata e personalizzata. Le Case di Profumo che adottarono questo tipo di produzione furono una minoranza, ma senza dubbio le più creative, e Rudy fu una delle maggiori produttrici, con una prerogativa in più rispetto alle concorrenti: mentre la maggior parte delle Ditte che utilizzava questo tipo di ceramiche si indirizzava verso l’oggetto-contenitore da arredo e esposizione, Rudy spesso aggiungeva una “funzionalità” agli esemplari, che venivano modellati in modo da offrire un servizio ai fumatori (ottimi clienti, che stavano decretando un notevole successo di vendita anche alle composizioni in legno Rudy) adattando i modelli alle loro esigenze e facendoli divenire anche portasigarette e posacenere. 
Oggi il “fumo” delle sigarette è osteggiato e, giustamente, considerato dannoso per la salute, ma negli anni del dopoguerra la sigaretta non solo era simbolo di mascolinità (le donne che fumavano in pubblico non erano viste di “buon occhio” dalla classe piccola e medio borghese, che consideravano l’ostentazione di questo piacere -da parte delle fumatrici- un’ingerenza nel mondo maschile), ma spesso diveniva elemento essenziale nei rapporti sociali. Quante conoscenze o amicizie erano nate con l’offerta di una sigaretta che scioglieva gli imbarazzi e spesso avviava una conversazione? L’ingresso nella pubertà da parte dei ragazzi, poi, era segnata dal consumo manifesto delle prime sigarette, che li immetteva di diritto nel mondo dei grandi dando loro patente di virilità. Il tabacco, insomma, era l’elemento di piacere più a buon mercato che accomunava, e nello stesso tempo distingueva, tutte le classe sociali. Dalle sigarette Alfa, le più economiche, alle Macedonia Extra o le Turmac, più costose, fino alle Carreras Virginia, d’importazione americana, privilegio per chi poteva permettersi piccoli lussi. Tutto il mondo al maschile “passava” attraverso il fumo delle sigarette, e Rudy, a differenza di altre Case di Profumo, aveva una marcia in più: le sue ceramiche “funzionali” con portasigarette e posacenere incorporati, apprezzate da una buona parte di acquirenti.
Rudy non aveva comunque inventato nulla di nuovo: l’oggetto d’arredo “funzionale” non era una novità. È possibile verificarlo girando per i mercatini dove capita spesso di imbattersi in oggetti e composizioni in legno, molto diffuse negli anni 1950-1960, con posacenere in metallo alloggiato in un incavo del basamento: sono riproduzioni naïf di châlets di montagna con orologio incorporato, lanterne da comodino, soprammobili di vario genere, graziosi nanetti accanto a casette a forma di fungo (alzi la mano chi, ormai non più giovane, negli anni 1950 o 1960 non ha mai visto in casa propria, da parenti o da amici oggetti simili), e Rudy aveva trasferito l’idea nelle proprie composizioni.
Le ceramiche Rudy possono essere considerate -e indubbiamente lo sono- una produzione di pregio superiore rispetto agli oggetti in legno e metallo di cui ci siamo occupati nello scorso numero di PdC, rivolta a un pubblico con maggiori esigenze che apprezzava l’opera “di gusto più raffinato”. Era vivissima negli anni 1950-60 l’abitudine di arredare il salotto di casa con ceramiche ornamentali, un gusto nato negli anni 1920-1930 e che si sarebbe spento di lì a poco (furono quelli infatti gli ultimi anni di attività della manifattura Lenci); e la Rudy, ancora una volta, non si era lasciata sfuggire un’occasione di vendita. 
Le ceramiche, alcune anonime, altre firmate dalla Ceramiche Coronetti (fornace che operò dagli anni 1950 agli anni 1970 a Cunardo, in provincia di Varese, molto attiva nella realizzazione di ceramiche per Profumeria), ricalcano il gusto popolare del momento con produzioni ironiche e fantasiose, a volte, come nel caso della “Sigaraia” (qui pubblicata a pagina 4), spingendosi fino a evidenziare un certo sex appeal. 
Il costo di ogni esemplare in ceramica era, in proporzione, maggiore rispetto agli oggetti in legno; ma non fu il prezzo a limitarne la diffusione, quanto la preferenza per le composizioni popolari, dove l’aspetto eclatante era più evidente. 
La produzione delle ceramiche Rudy cessò nella seconda metà degli anni 1960, quando il “miracolo economico” cominciava a perdere colpi e la società si stava trasformando (o evolvendo) in modo radicale. 
L’entusiamo che aveva accompagnato l’acquisto di oggetti “frivoli” da parte della classe operaia e della piccola borghesia, alimentato da uno stipendio sicuro a ogni fine mese, andava affievolendosi. La grave crisi economica stava rivoluzionando i rapporti nel mondo del lavoro, veniva meno la sicurezza del “posto fisso” e i consumi subirono un brusco ridimensionamen-to. Fu il periodo in cui molte Case di Profumo cessarono di esistere, altre vendettero la griffe, altre ancora si associarono per affrontare con maggiore grinta un mercato sempre più difficile da gestire.
Fu, in definitiva, la fine di un’epoca, e l’inizio degli anni 1970 divenne lo spartiacque tra l’antica Profumeria soccombente e quella nuova. Una miriade di prodotti che avevano resistito, a volte per più di mezzo secolo, nei favori del pubblico, scomparvero da un giorno all’altro. Pochi, anche all’interno delle stesse Case di Profumo, si curarono di conservare testimonianze del proprio lavoro e della propria creatività. Altri problemi, più drammatici e importanti, venivano posti all’attenzione del pubblico che non prestò molta considerazione alla scomparsa di quel piccolo mondo, testimone di un’esistenza minima, ma che spesso aveva contribuito a farla divenire protagonista.

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