Subdola

Articolo apparso sul numero 36 di "Profumeria da Collezione"

Durante la primavera del 1911 un evento celebrato due volte la settimana, il martedì e il venerdì, davanti allo storico Palazzo Visconti, prospiciente l’antica e caratteristica via San Damiano a Milano, attirava la curiosità dei garzoni di piazza San Babila e degli sfaccendati che sostavano all’osteria di via Ronchetti, famosa, come garantiva l’insegna, per servire “Luganeghin, mistura e grappin, per minga dannegià i poc quattrin” (“Lugàniga, mistura e un bicchierino di grappa, per non spendere troppi soldi.” La lugàniga è un tipo di salsiccia che, insieme alla mistura, un pane fatto con farina di grano e cereali, apparteneva ai “piatti poveri” della tradizione milanese, ndr) alle famiglie operaie della zona Monforte che lì andavano a consumare la colazione nei giorni di festa.
Di buon mattino, da un portone laterale di Palazzo Visconti, sortiva scoppiettando e traballando sulle quattro ruote un veicolo stradale a motore. Dopo alcune manovre eseguite con perizia da un autista con grandi occhiali per riparare dal vento i globi oculari e un pastrano color crema, il veicolo si fermava davanti al portone del palazzo. L’autista scendeva per togliere qualche granello di polvere dalla carrozzeria lustrata a dovere e per tenere a bada i ragazzini curiosi dalle mani troppo lunghe, finché una carrozza scoperta tirata da una giovane giumenta, con due servitori, uno alle briglie e l’altro con un corno tra le mani, si sistemava davanti al veicolo.
Alle otto in punto il conte Giuseppe usciva dal portone del palazzo, anch’egli indossando grandi occhiali e un soprabito in pelliccia e, mentre l’autista gli teneva aperto lo sportello, si accomodava al posto di guida. 
Il piccolo corteo si metteva quindi in moto tra gli schiamazzi dei ragazzini e gli applausi degli sfaccendati mentre il servitore soffiava a pieni polmoni nel corno -come imposto da un editto comunale- per avvisare la cittadinanza, i giovani che giocavano sul lastricato, gli ambulanti con il banco di mercanzia accanto ai portoni, che un veicolo a motore stava transitando.
Appena fuori Porta Venezia, raggiunta la Strada per Bergamo e superata la trattoria dei Tre Merli -che faceva angolo con il sentiero per il vecchio Lazzaretto-, la carrozza con la giumenta si metteva da parte e il veicolo poteva lanciarsi a tutto gas sulla strada che portava dritto allo slargo del Loreto, tra due alti filari di gelsi, raggiungendo la velocità di quasi quaranta chilometri all’ora. I due servitori e la giumenta, fermi di lato alla strada, una volta vista l’auto sparire in una nuvola di polvere, si ritiravano nella trattoria a assaggiare il vino appena imbottigliato, mentre alla cavalla veniva legato attorno al muso un sacco di biada per alleviarle l’attesa. Sarebbero tornati a riprendere il conte verso le quattro del pomeriggio per fare strada, a suon di corno, al veicolo che rientrava in città.
A volte l’auto spinta al massimo s’ingrippava e starnutiva prima di arrivare al Loreto. Allora l’autista scendeva e trafficava sotto il cofano finché, dopo qualche colpo di manovella, il motore ripartiva. 
Giunti sul piazzale del Loreto, giravano a sinistra, rallentando appena la velocità e costeggiando l’azienda della Migone -Fabbrica di Profumi e Saponi, per poi lanciarsi verso lo stabilimento Carlo Erba a Dergano, nel nuovo quartiere industriale della Bovisa, dove al conte Giuseppe, scoperta la passione di “creatore” di profumi, era stato approntato un laboratorio da “naso”.
Quel martedì 11 aprile il conte aveva fretta. Il giorno prima era finalmente arrivata la lettera tanto attesa. Nello stesso momento in cui la leggeva, dopo avere strappato con impazienza la busta sigillata, fu come folgorato da una intuizione. Improvvisamente gli erano apparsi chiari gli elementi mancanti alla nuova composizione aromatica cui stava lavorando da alcune settimane, e ora aveva fretta di sperimentarli così come li aveva in mente. Nei laboratori chimici della Carlo Erba i prodotti base non mancavano. Avrebbe utilizzato l’antranitrato di metile, il linalolo e l’alcol feniletilico in misura infinitesimale, che uniti all’essenza di fiori di neroli avrebbero donato la giusta morbidezza alla nuova creazione. 
Da alcune settimane il profumo Contessa Azzurra -la sua Opera prima- era comparso nei negozi e già tutta Milano ne parlava. La Carlo Erba, grazie al prodigioso “naso” del conte Giuseppe Visconti di Modrone, si avviava a divenire una delle più importanti Case di Profumo nazionali. 
Il nome attribuito al profumo dallo stesso conte Giuseppe -il nobile ne era convinto- aveva contribuito in maniera decisiva al successo di vendita. La voglia di patriziato da parte della ricca borghesia lombarda era palpabile, e indossare alcune gocce di profumo immaginato e concepito da un componente della più antica nobiltà cittadina rappresentava, già di per sé, l’acquisizione di un barlume di aristocrazia. Bisognava battere il ferro finché era caldo, proporre altre profumazioni, allargare l’area di disponibilità e soddisfare i gusti più raffinati. Ora il nuovo profumo stava per venire alla luce. Per settimane il conte Giuseppe aveva meditato su di un nome che colpisse non solo l’immaginario femminile, dato che spesso erano gli uomini a fare dono di profumi.
Alla fine si era convinto della necessità di fare intervenire colui che era maestro nel creare emozioni con le parole: il caro amico Gabriele D’Annunzio, ritiratosi da circa un anno in “volontario esilio” presso Arcachon, sull’Atlantico, per sfuggire ai “petulanti creditori” e continuare a lavorare in pace .
“[...] a Roma vi era appunto una bottega d’arte”, gli aveva scritto il Vate qualche mese prima parlando dei suoi guai finanziari, “governata da Maria Beretta, donna d’alto gusto, tanto indulgente al mio fervore che mi lasciava portar via a credito il fiore delle sue vetrine. E da quel tempo incominciò la incomparabile mia maestria nell’indebitarmi”.
Il conte Giuseppe chino sul volante rispondeva distrattamente ai cenni di saluto che i contadini al bordo della strada gli rivolgevano togliendosi il cappello, prima di scomparire nella nuvola di polvere sollevata dal veicolo.
Gabriele, dalla Francia, aveva finalmente risposto alle sue richieste.
Ecco il nome che lo aveva tanto affascinato: “Subdola”, il profumo per la donna del Nuovo Secolo, “Subdola”, ovvero il lato oscuro dell’essenza femminile. Per una donna che era sì moglie, ma anche amante, libera dalle costrizioni ottocentesche, dai busti di stecche di balena, dalle convenzioni che la volevano “angelo del focolare”. Una donna moderna, madre, “ma anche femmina, potenziale traditrice e, a viso scoperto, subdola”.
Non che il conte fosse d’accordo con questa visione della società, ma nei suoi viaggi a Parigi aveva colto i segni del cambiamento e il vento che spirava dalla capitale francese, come sempre accadeva, avrebbe ben presto investito l’Europa. 
Nel giro di pochi anni l’antico mondo aveva subito vertiginosi cambiamenti. Nelle fabbriche le macchine a vapore lavoravano al posto degli uomini, l’elettricità stava diffondendosi nei palazzi e presto le lampade elettriche avrebbero illuminato le metropoli, veicoli mossi da eliche volavano nel cielo e quella curiosità chiamata cinematografo che a Parigi al Café de la Ville, dove era stata proiettata una pellicola, lo aveva fatto tanto divertire, stava divenendo un’industria. Anche nel quartiere della Bovisa si era installato un teatro di posa per riprese cinematografiche con viavai di donne dallo sguardo audace e seducente.
La lettera continuava: “... non porre l’essenza nel vetro trasparente, ma in una ampolla di terracotta, ché il profumo valichi le pareti dell’involucro attraverso le sue porosità e si insinui subdolamente in ogni canto senza che alcuno s’accorga di dove provenga. 
“Ti recherai per questo a Signa alla manifattura di Camillo Bondi che già si è imposto qui a Parigi all’Esposizione del Secolo.
“I suoi manufatti rinverdiscono i disegni e i fregi cinquecenteschi dei più abili ceramisti del tempo. Ti farai da lui disegnare un recipiente o un flacone per contenere l’opera tua, o se meglio credi, con la sensibilità che ti è propria, traccia gli ornamenti che più ti aggradano e dài fiducia al maestro, i suoi prodotti sono realizzati con una tecnica esclusiva per impasto e patinatura che rende fine e resistente la superficie”.
Il conte ripassava mentalmente la formula della nuova essenza e già embrioni di nuove profumazioni stimolavano la sua fantasia. Avrebbe interpellato l’Imaginifico anche per gli altri nomi da assegnare ai suoi estratti così da renderli vivi personalizzandoli.
Aveva urgenza di raggiungere il laboratorio per dare finalmente corpo alla nuova composizione e ancora di più premette sull’acceleratore.
L’auto, nonostante il percorso fosse perfettamente in piano e non si ponessero ostacoli alla sua corsa, chetamente rallentò e senza ulteriori lagnanze il motore si spense.
Mentre l’autista balzava a terra e sollevava il cofano, il conte brontolava: “Non vedo alcun futuro per questi veicoli a motore”. Se avesse usato la carrozza con la cavallina, al buon trotto, pensava, ora sarebbe già stato in fabbrica.
Batté un piede a terra con stizza. L’idea era là, oltre l’orizzonte, e la “materia” lo impantanava in mezzo alla strada.
Più tardi, quel pomeriggio, il conte Giuseppe, che finalmente era riuscito a raggiungere il laboratorio su di un carro trainato da due buoi (un contadino l’aveva raccolto mentre furente agitava i pugni contro il veicolo meccanico), poté completare la sua seconda Opera. 
Qualche giorno dopo, quando “Subdola” era il nuovo profumo di cui alla Carlo Erba tanto si parlava (alcune segretarie già lo indossavano avendolo i commessi segretamente trafugato dai laboratori, racchiuso in provette sigillate con tappi di sughero), il conte Giuseppe Visconti di Modrone partiva con alcuni schizzi di un flacone in terracotta -questa volta con una carrozza tirata da due cavalli- alla volta della “Manifattura di Signa di Camillo Bondi”. 
Nel mese di giugno il profumo “Subdola” era già sugli scaffali delle profumerie di Milano, e le ordinazioni giungevano da ogni parte d’Italia.
“Subdola” fu, negli anni che precedettero la Prima guerra mondiale, il profumo della generazione femminile più consapevole. Quella che con dolcezza, ma grande fermezza, scioglieva i nodi che la imbrigliavano al pensiero conservatore. Fu un modo di affermare la propria personalità attribuendosi con “fierezza” un vocabolo che letteralmente significa “chi maschera sotto false apparenze intenti non lodevoli”. Per la morale comune gli “intenti non lodevoli” erano la voglia di uguaglianza, di riconoscimento dei propri valori e della propria personalità. 
Con la guerra e il sacrificio delle donne, alcuni di questi valori vennero riconosciuti, ma fu solo nel 1945 che il Consiglio dei Ministri italiano emanò un decreto che estendeva il diritto di voto alle donne. Ma dovevano passare ancora alcuni decenni prima che la parità e l’uguaglianza dei sessi divenissero patrimonio del vivere civile. 

Giorgio Dalla Villa

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