Odori e sapori

Articolo apparso sul numero 31 di "Profumeria da Collezione"

Sono in auto con Guglielmo e stiamo percorrendo l’autostrada Milano-Bologna in direzione del capoluogo emiliano. Guglielmo è uno dei nasi più famosi d’Europa. Mezzo mondo ha indossato i profumi da lui creati in trentacinque anni di carriera. Gli ho chiesto di parlarmi del suo straordinario odorato e lui mi risposto invitandomi a un viaggio a Bologna. 
“Martedì ho un appuntamento. Se vieni con me mi fai compagnia, così chiacchieriamo, poi ci fermiamo a pranzo dalla signora Angela, in quella trattoria con il portico, ti ricordi?”
Mi ricordavo, così ho accettato l’invito e sono seduto accanto a lui su una vecchia Fiat Uno. Guglielmo guida con prudenza senza superare i cento all’ora e di fianco ci sfilano i campi coltivati a frumento, i pioppeti, le cascine abbandonate, la terra piana della Lombardia. E’ in silenzio da quando abbiamo passato il casello e solo dopo Lodi comincia a parlare, come se per tutto il tempo avesse pensato cosa dire. 
“Mi hai chiesto quando ho preso coscienza delle capacità del mio odorato.” Fa una piccola pausa e riprende inseguendo un altro pensiero. “In effetti è grazie alla possibilità di percepire i micro-odori che gravitano intorno a noi, se ho avuto fin dall’inizio della mia carriera onori e riconoscimenti. Naturalmente non è solo quello, ma anche la capacità di far nascere armonie olfattive da ciò che potrebbe sembrare un casuale miscuglio di essenze e che invece è dosaggio sapiente di ingredienti, non necessariamente gradevoli all’olfatto, come l’ambra a esempio, o il muschio o l’indòlo. Ma non è questo che mi chiedi.”
Riflette.
“Se devo tornare indietro con la memoria, è il periodo del liceo quello che mi fa rammentare gli episodi più rilevanti. Avevo quindici o sedici anni e il mio naso aveva raggiunto la sua massima capacità olfattiva. Sapevo cogliere ogni minimo mutamento dell’aria e sebbene non avessi ancora maturato l’esperienza che solo anni di esercizio potevano assicurarmi, sapevo leggere lo spazio intorno a me come in un libro aperto, e dei miei compagni interpretavo gli aspetti più segreti del vivere quotidiano.
“Ognuno di noi, devi sapere, ha un particolare odore unico e personale che nasce dai fermenti degli organi interni del corpo, s’impregna degli umori dello spirito, dello stato mentale e psicologico -perché anche i pensieri e il carattere hanno un loro odore-, passa attraverso le mucose, coglie il sapore del sangue, dei tessuti sani o malati, corre nelle vene e pulsa nei battiti del cuore finché raggiunge la superficie attraverso i pori della pelle. Qui si lega alle cellule odorose che vagano nell’ambiente, imprigionate nella peluria della cute e infine l’odore, finalmente libero, si spande intorno.
“Tutto questo avevo appreso da tempo seguendo il mio istinto, e ora le mie facoltà erano al culmine. Ero pronto a scoprire un mondo misterioso, ignorato da tutti coloro che mi circondavano. 
“Allora non legavo molto con i miei compagni di classe, ero un ragazzo timido e riservato, sempre in disparte. Sembrava mi disinteressassi della vita in comune, eppure nessuno meglio di me conosceva i segreti di ognuno.
“Io ‘ascoltavo’ i sentori dei compagni mentre mi passavano accanto nei corridoi e li ‘conoscevo’ anche senza conoscerli, ‘sentivo’ la loro verginità dal sapore acquoso, i turbamenti della giovane età, i desideri, gli sconquassi della loro sessualità odorosa di mandorle amare. 
“Due fatti mi colpirono il primo anno di scuola.
“Dopo un mese dall’inizio della scuola, una mia giovane compagna di classe, un paio di banchi dietro a me, s’innamorò. Me ne accorsi dall’odore di zucchero filato che spandeva la sua pelle. Poi seppi dei primi rapporti amorosi dal sentore di menta bruciata e dall’odore di spigo quando rimase incinta. Il suo aroma mi giungeva dai banchi dietro a me, a tratti, con il battito del cuore, amaro e metallico come la disperazione, salato come le lacrime. Odoravo il suo terrore che qualcuno scoprisse il segreto che la tormentava.
“Una mattina appresi che aveva abortito dall’odore acido e pesante, e nello stesso tempo di rassegnato abbandono, che aleggiava intorno a lei.
“Due mesi dopo mi accorsi della malattia della mia insegnante di lettere. D’un tratto si ruppe l’armonia del suo sapore tranquillo di petalo appassito e mi giunse l’aroma dolciastro della cannella. I globuli bianchi del suo sangue avevano rotto l’equilibrio sovvertendo la loro naturale esistenza con una sfrenata proliferazione. Di lì a poco le venne diagnosticata una terribile malattia e lei non riuscì a terminare l’anno scolastico.
“Tutto questo non mi faceva paura. Fin da piccolo mi ero reso conto che le facoltà che possedevo erano estranee a chi mi stava intorno, e questa diversità, invece di spaventarmi, mi faceva sentire speciale.
“In quel periodo furono i miei compagni di classe a farmi scoprire nuovi odori.
“Ricordo quelli che abitavano fuori città. Ogni mattina si portavano addosso gli odori della campagna, di piccole stazioni perse nei paesini dell’hinterland, di treni sovraffollati di pendolari, di abiti in cui ristagnava il sapore acido del sonno e delle officine, odori di uomini e di ragazze, di colazioni consumate in fretta, di caffè riscaldato, stanchezza, giochi solo sognati.
“Quelli che abitavano in città avevano un odore più fresco, di buon riposo, e portavano sapori diversi: di tè con biscotti per colazione, di panini imbottiti, odore di camerette pulite e ordinate, della strada nella quale avevano camminato, dei tram pieni di commessi e impiegati, di chi li aveva urtati o si era loro appoggiato.
“Furono anni esaltanti. Mi rendevo conto di poter entrare nei segreti delle persone. Per me non era il tono di voce che contava, lo sguardo, o le maniere affabili o burbere: io socchiudevo gli occhi e annusavo chi mi stava vicino. Nel giro di pochi istanti entravo nel loro intimo, distinguevo le loro verità dalle loro bugie, odoravo le loro ansie, i pensieri tristi e quelli gioiosi, venivo a conoscenza delle azioni intime, quelle da rivelare solo in confessionale.
“Ogni odore resta avvinto a una persona per ore prima di dissolversi, e ogni ambiente contamina chi vi sosta, o solo è di passaggio, con il suo sapore particolare. La mia passione era la ricerca di questi odori per incamerarli nella memoria olfattiva e saperli riconoscere anche a mesi di distanza. 
“Frequentavo i luoghi di ritrovo, dove gli odori si esaltano attraverso il sudore e l’eccitazione, le stazioni della metropolitana, le strade e i vicoli, le vecchie cascine con gli intonaci pregni di fumo e sapori, i cortili delle case di ringhiera con le esalazioni di acqua saponata, le antiche stanze, i bugigattoli, le cantine con l’aroma di foglie morte e legni putridi. 
“Mi piaceva perdermi nelle nuove periferie che andavano formandosi ai bordi della metropoli e poi ritrovare la strada di casa annusando nell’aria l’odore del mio quartiere. A volte seguivo qualcuno e la sua traccia odorosa mi diceva in quale zona abitava, se il suo lavoro era manuale o di concetto, con chi si era incontrato, quali erano le sue abitudini: i giovani, quando hanno rapporti sessuali frequenti, odorano di muschio, mentre l’odore fresco del tiglio è prerogativa della pubertà.
“Le ragazze sanno di ambra e comino, più marcato in quelle non belle, mentre a quelle più carine si sovrappone una tenue traccia di zibetto. 
“I vecchi odorano di timo e rosmarino, i bambini piccoli di spigo mentre le giovani mamme di cedro e balsamite.
“Quanti odori stavano incamerando e catalogando le mie fosse nasali? Ben presto divennero migliaia. Ero divenuto così sensibile, che alle mie mucose olfattive bastavano poche particelle odorose vaganti nell’aria per risalire immediatamente al corpo che le aveva generate. Non solo, ma quegli odori, se provenienti da una persona, mi rivelavano il suo carattere.
“Gli odori, gli odori... è stato allora che forte e prepotente è nato in me il desiderio di mettere a frutto le mie innate capacità; di mutare gli aromi, anche quelli sgradevoli, in essenze che potessero incantare chi le avrebbe odorate, e di divenire creatore di profumi.
“Ma ancora non ho risposto alla tua domanda: quando ho preso coscienza della capacità del mio odorato.”
Sembra riflettere di nuovo.
“Lo ricordo. Certo che lo ricordo. Come spesso si ricorda il primo innamoramento. Dovevo avere sei o sette anni. Stavo allora con i nonni in un paesino perso nella campagna tra il Po e l’Adige, così piccolo che spesso le carte geografiche si dimenticano di segnarlo: una strada lunga sì e no trecento metri, con ai lati delle povere case di contadini.
“Erano gli anni del dopoguerra, con un’industria che non aveva toccato ancora la campagna, e la campagna fu il mio primo laboratorio di odori. Un numero enorme di aromi che mutava con il mutare delle stagioni.
“E’ un giorno qualsiasi di un aprile piovoso e io schiaccio il naso contro il vetro della finestra guardando l’orto fradicio.
“Una pioggerellina cade insistente da neri nuvoloni che corrono veloci nel cielo, si sfilacciano, diventano grigi e bianchi, poi si ricompongono scuri e carichi di pioggia. Le gemme dell’albero del melo e del ciliegio sono sbocciate e ciuffi d’erba verde punteggiano le pozzanghere. La pioggia batte sui coppi della casona, dove il nonno tiene gli attrezzi, sul recinto di canne del pollaio, sui rami secchi spezzati dal vento e sparsi per terra. Un passero sosta su un ramo del melo che dondola sotto il peso, poi con uno scatto l’uccello riprende il volo. Di tanto in tanto con il palmo della mano pulisco il vetro appannato e continuo a guardare il paesaggio triste davanti alla finestra. Quasi senza accorgermene viene la sera. In campagna si va a letto presto e dopo una tazza di caffellatte e pane secco la nonna mi porta a dormire.
“Il mattino dopo tutto è splendido. La pioggia ha lustrato l’aria, ora tersa e cristallina, pervasa dai raggi di un caldo sole primaverile. I passeri cinguettano allegri e le gemme degli alberi si sono aperte mostrando colori rosa, arancio e bianchi.
“Salto dal letto e prima ancora di essere vestito sono già sulla strada vuota e colma degli odori della campagna. Sono al culmine dell’estasi: per il sole, l’aria frizzante, il senso di appagato benessere che straripa dal mio giovane corpo.
“E’ allora che sento l’odore di violette. 
“Non è certo la prima volta che sento quel profumo. Fin da quando ho iniziato a camminare e esplorare i campi intorno al paese, ogni primavera ho fatto incetta di violette raccolte lungo i fossi per farne mazzetti da regalare alla nonna, ma ora quel profumo mi sta parlando. Lo sento distintamente: è la gioia delle piante che rinascono esultanti dopo l’inverno, la vita che rifiorisce.
“Sento che sussurrano tra loro, si raccontano del lungo sonno sotto la neve, del primo tiepido vento che ha accarezzato la zolla sotto cui giacevano, dell’acqua fresca che le ha appena svegliate, e lodano il sole, chiamano quelle che non hanno ancora schiuso la corolla, le sollecitano a spargere il loro profumo per richiamare gli insetti. E’ un sussurro odoroso che si spande lungo tutta la via del paese.
“Io resto immobile incantato. Quel profumo scende nei miei polmoni e si spande in tutto il corpo. 
“Avevo sentito parlare le piante. 
“E’ stata la sensazione più esaltante della mia giovane età.”
Ora Guglielmo tace. Abbiamo appena passato Reggio Emilia. 
La velocità dell’auto è rimasta costante. Guardo fuori dal finestrino la campagna che in cento chilometri non è mutata di molto.
Di scatto mi volto verso di lui per fargli un’altra domanda e lo vedo ridacchiare. Immediatamente si ricompone. Possibile che... Accidenti! Va bene che non gli piace viaggiare da solo, ma arrivare a questi espedienti per avere compagnia...!

Giorgio Dalla Villa

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